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L'abbazia di San Pietro

Articolo del 05-01-2024
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La storia dell’abbazia benedettina di Breme è legata indissolubilmente a quella della celebre abbazia di Novalesa, in Val di Susa, fondata nel 726 sulla Via Francigena: una delle più celebri d’Europa, centro di vita religiosa e spirituale e punto di riferimento della cultura del tempo.

All’inizio del X sec., in seguito alle scorrerie dei pirati saraceni, i monaci fuggirono a Torino, portando con loro gli arredi sacri, gli oggetti preziosi e una parte della biblioteca. Alloggiati in un primo tempo nel monastero dei SS. Andrea e Clemente a Torino, i frati fuggiaschi furono presi sotto la protezione del marchese d’Ivrea Adalberto (padre del futuro re d’Italia Berengario II), che donò loro la chiesa di S. Andrea in Torino (oggi Santuario della Consolata) e le «curtis» di Breme e di Pollicino (corrispondente all’attuale cascina Rinalda), oltre a numerosi territori sparsi per il Piemonte, la Liguria e la Lombardia occidentale; la donazione è confermata e ratificata pochi mesi dopo, il 24 luglio 929, dal re Ugo nella sua sede di Pavia.

Breme, che sorgeva su un’altura detta «Costa Rubea» alla confluenza tra Po e Sesia, era in una posizione ottimale per i monaci della Novalesa: il luogo, fertile e rigoglioso, era anche in una posizione strategicamente sicura e inoltre a breve distanza dalla sede imperiale di Pavia. Qui Donniverto, ultimo abate di Novalesa e primo di Breme, edificò un monastero che fu intitolato a S. Pietro, come quello da poco abbandonato.

Intorno alla metà del X sec. l’edificio doveva essere pressoché terminato; a quest’epoca risale anche la costruzione della cripta tuttora esistente. Il fatto che la comunità benedettina si fosse trasferita a Breme non comportò l’abbandono del sito originario dell’abbazia; una volta cessato il pericolo saraceno, l’abate Gezone si preoccupò di restaurare gli edifici della Novalesa e ottenne dall’imperatore Ottone III un diploma, redatto nel 998, in cui si confermavano all’abate di Breme tutte le donazioni più recenti e tutti i possedimenti di pertinenza dell’antica abbazia. Da allora Breme e Novalesa furono un organismo unico, tanto che gli abati si nominavano «abate di Novalesa e di Breme».

Come già detto, dal punto di vista giurisdizionale l’abbazia di Breme fu «libera» in quanto svincolata dal potere dei vescovi e dalla giurisdizione delle diocesi, soggetta unicamente al Papa e all’Imperatore, e fu toccata solo marginalmente dalle grandi riforme monastiche del tempo, quella cluniacense prima e quella cistercense poi. Diversi papi, con una serie di bolle pontificie, ribadirono questa «protezione» accordata all’abbazia di Breme: Benedetto VIII (1014), Innocenzo II (tra il 1130 e il 1143), Eugenio III (1151); e diversi imperatori la «sovranità» dell’abbazia: oltre al citato diploma di Ottone III, ricordiamo quelli di Corrado II (1026), Enrico III (1048) e Ottone IV (1210).

Il declino dell’abbazia iniziò nel 1306, quando Breme fu assediata e presa dalle milizie di Galeazzo Visconti, e proseguì nel tempo per la decisione dei duchi di Milano di impiantarvi fortificazioni a difesa della sponda lombarda del Po, così da trasformare Breme in un presidio militare e quindi determinarne il degrado quale centro di vita civile e religiosa.
Nel 1542 i monaci benedettini si trasferirono nell’abbazia di S. Alberto di Butrio e al loro posto si insediarono gli Olivetani , altro ramo della grande famiglia benedettina; in conseguenza del loro arrivo, fu soppresso il titolo di abate e i beni dell’abbazia furono uniti a quelli di S. Bartolomeo della Strada di Pavia. Agli Olivetani dobbiamo la costruzione dell’edificio attuale e dell’artistico campanile, avvenuta alla metà del XVI sec. Il monastero venne poi radicalmente restaurato dopo la distruzione della fortezza, intorno al 1650.
Il declino era però inarrestabile: il colpo di grazia fu dato dal Re di Sardegna Vittorio Emanuele I che nel 1784 decretò la soppressione dell’abbazia e l’incameramento dei suoi beni da parte dello stato. Sotto il Regno italico di Napoleone I fu infine abbattuta la chiesa abbaziale, già diroccata e pericolante.

Arte e Architettura

L’edificio attuale è quello costruito dagli Olivetani intorno alla metà del ‘500 e radicalmente restaurato un secolo dopo, in seguito allo smantellamento delle fortificazioni sabaude. Il corpo principale è quello disposto attorno all’attuale cortile delle scuole, l’antico chiostro del monastero, ma facevano parte del complesso abbaziale anche i fabbricati del cortile adiacente, al n. 11 di Via Abazia S. Pietro, e la casa posta al n. 21, legata all’edificio principale da un arco sul quale si nota, molto sbiadito, l’emblema dei frati Olivetani.

Completava il monastero il giardino terrazzato, situato a sud dell’edificio principale e chiuso da un muro di cinta.
La chiesa abbaziale era situata sul lato nord del chiostro ed era «orientata», cioè rivolta verso Oriente, verso Gerusalemme, come tutte le chiese antiche. La facciata si trovava dove oggi c’è il cancello d’ingresso al chiostro e il presbiterio, posto sopra la cripta, era rialzato rispetto al piano della navata, come spesso si nota nelle chiese romaniche. Di essa non rimane più nulla, salvo alcuni archetti decorativi di stucco sul muro nord.

È difficile ricostruire, sulla base di quanto è rimasto, la disposizione dei locali all’interno del monastero; con ogni probabilità, al piano terreno erano situati i locali comuni: la sala capitolare, il refettorio, lo scriptorium, l’erboristeria-farmacia, mentre al primo piano trovavano posto l’appartamento dell’abate e le celle dei frati. Si è invece ben conservata la cripta della chiesa abbaziale, probabilmente tra i primi edifici costruiti e dunque databile intorno all’anno 1000.

Vi si accede da un’apertura posta sul lato posteriore del fabbricato, scendendo due brevi rampe di scale ricavate, nel ‘600 nello spessore del muro. Vi era un secondo accesso, oggi murato, dalla navata sinistra della chiesa, che è attualmente visibile (ma non visitabile, in quanto situato in un’abitazione privata) nel cortile al n. 11.  Lunga poco più di 11 metri e larga 6, la cripta è orientata come tutte le chiese preromaniche e romaniche ed è divisa in tre navatelle da quattro colonne cilindriche in pietra e da quattro pilastri in laterizio, di epoca più tarda.

Il muro che la chiude sul lato occidentale, verso il chiostro, le quattro colonne in mattoni e parte delle volte soprastanti presentano una muratura in laterizio di mediocre fattura tarda settecentesca. Probabilmente, in antico, la cripta continuava per altre tre campate, come vediamo in altre cripte consimili (S. Maria di Cavour e Testona, per esempio). Tutto il resto della muratura perimetrale interna è in laterizio frammisto a ciottolo di fiume e il pavimento si presenta ora acciottolato. Le quattro colonne in pietra, di cui una è in marmo bianco venato, potrebbero provenire, come pezzi di recupero, da edifici di epoca romana dalla vicina Lomello.

Nell’ala ovest, l’attuale municipio, che costituiva l’ingresso al monastero, vi erano dei locali «di rappresentanza», mentre la casa a fianco, al n. 21, isolata rispetto al corpo principale del monastero, era adibita a foresteria. La parte rustica, con i servizi legati alle necessità del monastero (mulino, forno, officina, granai, stalle, ecc.), era probabilmente situata nel gruppo di fabbricati a nord della chiesa, nel cortile al n. 11. Nei sotterranei, infine, trovavano posto i magazzini, la dispensa, la cantina, la ghiacciaia e la cucina; quest’ultima, in particolare, si è ben conservata e merita una visita: situata accanto al pozzo dell’acqua, vi troneggia un monumentale camino e alcuni fornelli in muratura.

Anticamente, dal locale adibito a cucina si poteva accedere al refettorio, attualmente utilizzato per altre destinazioni urbane.
E’ possibile inoltre, visitare la ghiacciaia ancora molto ben conservata scendendo le scale dall’atrio dell’ingresso dell’attuale Palazzo Comunale.
La cucina è periodicamente utilizzata per scopi didattici dalle scolaresche di Breme e dei paesi limitrofi.

 

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